Parlare di lana significa rievocare una storia secolare che ha caratterizzato le economie di diverse epoche storiche in diverse parti del mondo (Italia inclusa). Solo per citare un esempio, si può pensare ai “lanaioli” del periodo medievale e rinascimentale: artigiani ed imprenditori specializzati nella lavorazione della lana. Centrali nell’economia italiana (specialmente a Firenze), gestivano l’intera filiera produttiva, dalla selezione e scelta della materia prima greggia fino alla trasformazione in prodotti finiti di alta qualità. I “lanaioli” costituivano una delle Arti Maggiori, la prestigiosa “Arte della Lana”, che dominava la scena economica e politica dell’epoca. I prodotti finiti realizzati dai “lanaioli” venivano esportati in tutto il mondo, ed erano riconosciuti per la loro qualità elevata, garantendo lustro e ricchezza alle città coinvolte nella filiera.
La lana è una fibra naturale prodotta da ovini, caprini, leporidi e camelidi. Il filamento ha caratteristiche variabili che dipendono dalla razza dell’animale, da come questo viene allevato e dove, dalla parte del corpo da cui deriva la lana e dll’età.
Una prima distinzione tra i diversi tipi di fibre può essere la seguente:
Lana vera e propria: fine (da 16 a 25 µ), appare increspata, elastica, con accrescimento continuo;
Pelo: presenta canale midollare, ha un aspetto meno increspato ed è meno fine;
Eterotipi: presentano caratteristiche intermedie alla lana ed al pelo;
Giarra: è la fibra più corta (3 – 5 cm), presenta un ampio canale midollare (più del 70 – 80 % del diametro del filamento), grossolana. Normalmente è la parte che viene scartata.
La qualità della fibra, come accennato, si differenzia anche in base alle diverse razze e attitudini. Le razze ad attitudine da carne sono sempre state utilizzate anche per la loro lana, perché la qualità è sempre risultata essere maggiore rispetto alle razze ad attitudine da latte (la razza Gentile di Puglia, oggetto del presente studio, è a duplice attitudine).
In generale, il range di finezza delle lane oscilla tra i 100’s ed i 160’s, maggiore è il numero, più leggera, morbida e pregiata sarà il tessuto finale.
La lana presenta allo stato naturale tonalità diverse di avorio, bianco nero e marrone. Possiede moltissime proprietà tecniche che la rendono un materiale polivalente per il settore dell’abbigliamento.
In Italia ogni anno vengono prodotti circa 12 milioni di chili di lana provenienti dai circa 8 milioni di ovini presenti sul territorio nazionale. Un patrimonio di inestimabile valore che deve essere assolutamente rivalutato e riconsiderato.
La lana ha dimostrato la propria versatilità nel corso della storia, sebbene inizialmente fosse inutilizzata. L’allevamento ovino, infatti, iniziò ad essere presente nelle comunità umane intorno al 10.000 a.C. Le testimonianze più antiche riguardanti l’impiego della lana ovina risalgono al 3.000 a.C. circa, quando venne sostituita alle pellicce per la produzione di abiti, grazie all’introduzione delle prime tecniche di filatura. Gli antichi Greci e Romani capirono fin da subito che, per il miglioramento delle fibre tessili, era necessaria un’accurata selezione degli ovini. Furono proprio gli antichi Romani a creare le Officinae Lanificariae, dove venivano effettuate tutte le operazioni di lavaggio e battitura della lana. Già all’epoca, la lana, dopo essere stata lavata ed asciugata, subiva la cardatura, e già si utilizzava la lanolina che si otteneva. Questo unguento bianco-giallastro era ampiamente impiegato per la cura personale: veniva unito all’olio d’oliva, di mandorle o a burro cacao per creare delle pomate.
A Pompei, Ercolano e Scafati erano diffusi strumenti e tecniche molto sofisticate, che permettevano di produrre complessi tessuti, come ad esempio i tessuti “ibridi”, ovvero formati da fibre di natura diversa (negli scavi archeologici di Pompei, sono stati individuati 13 impianti per la battitura e la cardatura della lana, 5 per la filatura e la tessitura e ben 9 “Officinae tinctoriae”.
Durante l’Impero Romano nacquero le prime corporazioni di “lanarii”, che si occupavano sia della lavorazione sia del commercio della lana e avevano le principali sedi nell’Italia Settentrionale, a Pompei, a Tiatira e ad Efeso.
Fu poi nel Medioevo durante il quale si iniziò a prestare forte attenzione alle differenze tra i diversi tipi di lana, portando ad una prima distinzione tra lane semplici e lane pregiate. Le lane più richieste divennero allora quelle provenienti dall’Inghilterra, dalla Sassonia, dalla Slesia, dalla città di Brie in Francia e dall’Italia stessa.
Durante il Basso Medioevo si assistette alla fioritura delle corporazioni, e fu in questo periodo che i lanaioli toscani, in particolare pratesi e fiorentini, riuscirono ad accrescere l’importanza delle loro lane sul mercato facendone un genere ricercato su tutte le piazze europee.
In Italia l’industria tessile divenne così una delle fonti principali di reddito e l’Arte della Lana acquisì prestigio e rilevanza.
In Spagna si distinse, a partire dal 1400 e fino al 1700, la raffinata lana delle pecore Merino, una razza originaria del Nord Africa incrociata e selezionata accuratamente dai pastori castigliani e custodita gelosamente impedendone a lungo l’esportazione. Fu proprio il commercio di questa varietà di lana che contribuì a finanziare i viaggi di Colombo nel XIV secolo.
La lana condizionò enormemente i commerci e lo sviluppo, al punto che gli inglesi tentarono di scoraggiare la crescente industria della lana in Nord America, rendendo punibile il commercio di lana nelle colonie con il “taglio della mano destra” del colpevole, se non addirittura con la pena di morte.
I metodi di lavorazione sempre più standardizzati nella prima metà dell’Ottocento, portarono a delle vere e proprie rivolte dei lavoratori del settore tessile (altro indice fondamentale di come il settore era in grado di influenzare lo sviluppo e le economie internazionali). Chiara è, per esempio, la rivolta del luddismo: un movimento di protesta operaia dell’inizio del XIX secolo, in cui i lavoratori sabotarono i macchinari industriali.