Dalla lana-rifiuto alla lana-risorsa: un modello di ricostruzione della filiera laniera pugliese nell’economia circolare

Ruggiero Sardaro1, Paola Paradies2, Ruggero Giavini3, Anna Lucia Rizzello4, Antonio Picerno5, Piermichele La Sala1

 

1 Università degli Studi di Foggia

2 Università degli Studi di Bari

3 Consulente tessile

4 Tessitrice professionista

5 Allevatore professionista

 

Abstract

La lana ovina rappresenta una delle fibre naturali con il più elevato potenziale di sostenibilità ambientale grazie alle proprie caratteristiche di biodegradabilità, riciclabilità, capacità termoregolante e versatilità applicativa. Nonostante tali proprietà, in numerosi contesti mediterranei essa continua ad essere considerata un sottoprodotto privo di valore economico. La Puglia costituisce un caso emblematico: a fronte di un patrimonio ovino di circa 670.000 capi (ISTAT, 2024), la quasi totalità della lana prodotta — stimata tra 1.340.000 e 2.010.000 kg annui — viene smaltita come rifiuto o ceduta senza alcuna valorizzazione economica, generando una passività strutturale stimata tra 1,0 e 1,7 milioni di euro annui a carico degli allevatori (Agrivivo, 2026). L’articolo analizza le cause economiche e organizzative di questo fallimento di mercato e propone un modello di ricostruzione della filiera fondato sulla cooperazione tra allevatori, trasformatori, artigiani e utilizzatori finali. L’ipotesi centrale è che il principale vincolo allo sviluppo non sia rappresentato dalla disponibilità della materia prima bensì dall’assenza di un sistema di governance capace di integrare raccolta, classificazione, trasformazione e commercializzazione della fibra. Il contributo si inserisce in un percorso di analisi della filiera laniera pugliese che comprende l’analisi della struttura produttiva regionale (Sardaro et al., 2024) e del quadro normativo europeo applicabile alla filiera tessile (Sardaro et al., 2025a).

 

1. Introduzione

La crescente attenzione verso i principi dell’economia circolare, della bioeconomia e della sostenibilità delle filiere agroalimentari ha progressivamente modificato il modo in cui vengono interpretati i sottoprodotti agricoli e zootecnici (Geissdoerfer et al., 2017; European Commission, 2020). Materiali tradizionalmente considerati privi di valore economico sono oggi oggetto di un rinnovato interesse grazie alle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, dalla domanda di materiali naturali e dall’evoluzione delle politiche ambientali orientate alla riduzione degli sprechi e alla valorizzazione delle risorse locali. In questo contesto, la lana ovina rappresenta uno degli esempi più emblematici di risorsa ancora largamente sottoutilizzata nonostante le sue riconosciute proprietà tecniche, ambientali e funzionali (Szczecina et al., 2025; Camilli et al., 2025).

La fibra di lana possiede caratteristiche uniche in termini di isolamento termo-acustico, regolazione dell’umidità, biodegradabilità, resistenza al fuoco e durabilità, che ne consentono l’impiego in numerosi comparti produttivi, dall’industria tessile tradizionale alla bioedilizia, dall’arredamento ai materiali compositi e ai prodotti per l’agricoltura sostenibile (Camilli et al., 2025). Parallelamente, i mercati internazionali mostrano una crescente domanda di fibre naturali, sostenuta sia dall’evoluzione delle preferenze dei consumatori sia dalle nuove normative europee che incentivano la tracciabilità, la circolarità dei materiali e la riduzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi (Sardaro et al., 2025a).

Nonostante queste favorevoli condizioni di mercato, la Puglia — come documentato nelle sezioni successive — non intercetta le opportunità economiche legate alla valorizzazione della lana: la fibra prodotta dai suoi circa 670.000 capi ovini (ISTAT, 2024) non alimenta alcuna filiera organizzata e viene in larga parte smaltita come rifiuto speciale. La causa non risiede nella mancanza di materia prima né nell’assenza di domanda, bensì in un fallimento di governance che impedisce il coordinamento degli attori lungo la catena del valore (Gereffi et al., 2005; Williamson, 1985).

Alla luce di tali considerazioni, il presente lavoro propone una lettura della lana ovina non come semplice prodotto agricolo, ma come elemento centrale di una filiera territoriale ancora da costruire. L’obiettivo è analizzare le principali criticità strutturali che impediscono la valorizzazione della fibra in Puglia e delineare un modello organizzativo di filiera in grado di integrare produzione, trasformazione e commercializzazione, favorendo la creazione di valore economico, ambientale e sociale attraverso un approccio sistemico e orientato all’innovazione.

 

2. Dal prodotto al sistema di filiera

La valorizzazione della lana ovina non può essere interpretata esclusivamente come un problema di natura produttiva o tecnologica, ma richiede un cambiamento di prospettiva che sposti l’attenzione dal singolo prodotto all’intero sistema di filiera (Kaplinsky e Morris, 2001; Gereffi, 2018). Nella maggior parte delle realtà in cui la lana costituisce una risorsa economica, il valore non è determinato soltanto dalle caratteristiche intrinseche della fibra, bensì dall’insieme delle relazioni organizzative, logistiche e commerciali che consentono di trasformare una materia prima eterogenea in un insieme di prodotti differenziati destinati a mercati specifici (Christopher, 2016). La competitività della filiera dipende quindi dalla capacità di coordinare una pluralità di attori e di integrare fasi produttive che, se considerate singolarmente, non sarebbero in grado di generare valore aggiunto (Porter, 1985).

La lana rappresenta una materia prima caratterizzata da una marcata eterogeneità qualitativa. Diametro della fibra, lunghezza, colore, grado di contaminazione, contenuto di grasso e caratteristiche genetiche delle razze allevate determinano destinazioni d’uso profondamente differenti e, conseguentemente, valori economici molto diversi. Le fibre più fini sono destinate al comparto tessile di maggiore pregio — filati per abbigliamento e accessori di qualità — mentre quelle di diametro superiore alimentano il segmento tecnico: bioedilizia, isolamento termo-acustico, imbottiture e prodotti agricoli (Camilli et al., 2025; Szczecina et al., 2025). Tale diversificazione implica che il valore della lana non sia una caratteristica intrinseca della fibra, ma il risultato della sua corretta classificazione, trasformazione e collocazione all’interno del mercato più appropriato (Ferrero-Regis e Mellick, 2024).

In questa prospettiva, la filiera assume il ruolo di infrastruttura economica capace di ridurre le asimmetrie informative, abbattere i costi di transazione e creare economie di scala difficilmente raggiungibili dai singoli allevatori (Williamson, 1991; Hobbs, 1997). Le attività di raccolta, selezione, classificazione, lavaggio, certificazione e trasformazione costituiscono nodi funzionali strettamente interdipendenti, il cui coordinamento consente di aumentare l’efficienza complessiva del sistema e di migliorare la capacità competitiva dell’intero comparto (Lambert, 2008; Van der Vorst, 2004). La creazione di valore non deriva pertanto esclusivamente dall’incremento della produzione, ma dalla costruzione di una rete organizzativa in grado di mettere in relazione domanda e offerta, favorire la standardizzazione qualitativa della materia prima e sviluppare strategie comuni di commercializzazione (Trienekens, 2011).

 

3. Il caso pugliese

La Puglia rappresenta uno dei principali sistemi zootecnici ovini del Mezzogiorno e dispone di un patrimonio stimato in circa 670.000 capi allevati (ISTAT, 2024), concentrati prevalentemente nelle aree interne della Capitanata, della Murgia e dell’Alta Murgia. Considerando una produzione media compresa tra 2 e 3 chilogrammi di lana grezza per capo a seconda della razza e del sistema di allevamento (ISTAT, 2022), il sistema ovino pugliese produce annualmente tra 1.340.000 e 2.010.000 chilogrammi di fibra — tra 1.340 e 2.010 tonnellate — interamente priva di sbocco commerciale locale (Sardaro et al., 2024). Il costo della tosatura si stima tra 1,50 e 2,50 euro per capo nel contesto meridionale (Agrivivo, 2026), al quale si aggiungono i costi di smaltimento della lana. La passività strutturale complessiva annua a carico degli allevatori pugliesi per la sola gestione della lana è stimabile tra 1,0 e 1,7 milioni di euro. Il paradosso è particolarmente evidente: la stessa quantità di lana, se classificata e valorizzata anche solo nel segmento tecnico, genererebbe un ricavo potenziale lordo tra 400.000 e 2.000.000 di euro annui (Sardaro et al., 2024).

La struttura del comparto è caratterizzata da una forte frammentazione aziendale, con allevamenti di dimensioni medio-piccole distribuiti su un territorio ampio e privi di forme stabili di aggregazione (ISTAT, 2022). A ciò si aggiunge l’assenza di infrastrutture dedicate alla raccolta, alla classificazione e al primo trattamento della fibra, nonché la mancanza di standard qualitativi condivisi e di sistemi di certificazione dell’origine. In tali condizioni risulta impossibile costituire lotti omogenei, programmare la trasformazione industriale o instaurare rapporti commerciali continuativi con gli utilizzatori finali. Il caso pugliese evidenzia quindi come la disponibilità di una consistente base produttiva non costituisca, di per sé, una condizione sufficiente per lo sviluppo di una filiera competitiva (De Marchi e Gereffi, 2023).

 

4. Il fallimento della filiera

La mancata valorizzazione della lana ovina in Puglia può essere interpretata come un tipico caso di fallimento della filiera: il valore non si manifesta al momento della produzione primaria, bensì si costruisce progressivamente attraverso una sequenza di operazioni di raccolta, selezione, trasformazione, certificazione e commercializzazione (Bijman et al., 2006; Trienekens e Zuurbier, 2008). Quando anche uno solo di questi passaggi viene meno, l’intera catena del valore si interrompe e la materia prima perde gran parte del proprio potenziale economico (Porter, 1985; Gereffi et al., 2005).

Nel contesto pugliese, tale interruzione interessa contemporaneamente diversi livelli della filiera. L’assenza di standard condivisi per la classificazione della lana, di sistemi di tracciabilità dell’origine e di strumenti di certificazione della qualità (IWTO, 2024) limita fortemente la possibilità di differenziare il prodotto e di accedere ai segmenti di mercato caratterizzati da maggiore valore aggiunto. Questo quadro è ulteriormente aggravato dal contesto normativo europeo in rapida evoluzione: il Regolamento ESPR (UE 2024/1781), il Passaporto Digitale del Prodotto e le nuove norme anti-greenwashing rendono la tracciabilità e la certificazione di origine non più elementi opzionali ma requisiti cogenti per l’accesso al mercato europeo entro il 2028 (Sardaro et al., 2025a). Il risultato è un circolo vizioso nel quale la mancanza di mercato scoraggia gli investimenti nelle attività di trasformazione, mentre l’assenza di infrastrutture e servizi impedisce la nascita di un mercato stabile (Williamson, 1985).

 

5. Un modello di ricostruzione della filiera

La ricostruzione della filiera laniera pugliese richiede un approccio integrato che superi la logica degli interventi puntuali per privilegiare una progettazione sistemica dell’intero sistema produttivo (Mentzer et al., 2001; Lambert, 2008). La filiera deve essere concepita come una rete coordinata nella quale ciascun nodo contribuisce alla formazione del valore aggiunto complessivo, secondo una logica di complementarità tra funzioni e competenze. La tabella 1 e la Figura 1 schematizzano i cinque nodi funzionali del modello proposto.

 

Tabella 1 – I nodi funzionali della filiera laniera regionale.

Nodo Attori principali Funzione Output
N1 — Raccolta e classificazione Allevatori, centro di conferimento Aggregazione offerta; selezione fibra per diametro, lunghezza e destinazione d’uso Lotti omogenei certificati
N2 — Prima trasformazione Operatori artigianali, imprese di lavorazione Lavaggio, sgrassatura, essiccazione; gestione acque reflue con fitodepurazione Lana lavata classificata
N3 — Qualità e certificazione Laboratorio universitario, organismi di certificazione Analisi fibra (micronaggio, resistenza, pH); schema di certificazione proprietario Certificato di origine e qualità
N4 — Lavorazione e prodotto Tessitori, tintori, imprese manifatturiere Produzione capi, accessori, materiali tecnici, cosmetici (lanolina) Prodotti finiti differenziati
N5 — Governance Allevatori, ricerca, imprese, istituzioni Coordinamento, programmazione investimenti, presidio del marchio Filiera stabile e certificata

 

Figura 1 – I nodi funzionali della filiera laniera regionale.

Il primo elemento del modello riguarda l’organizzazione della raccolta. La concentrazione dell’offerta rappresenta la condizione preliminare per qualsiasi successiva attività di valorizzazione. La creazione di centri territoriali di conferimento — infrastruttura abilitante che il modello presuppone come investimento iniziale — consentirebbe di ridurre i costi logistici, garantire una gestione uniforme della materia prima e programmare le successive fasi di lavorazione. Contestualmente, la classificazione della fibra dovrebbe diventare una pratica sistematica, basata su parametri oggettivi quali finezza, lunghezza, colore, grado di contaminazione e destinazione d’uso (IWTO, 2024).

Una seconda componente riguarda la prima trasformazione localizzata sul territorio. Il lavaggio della lana grezza — nodo tecnico critico perché le acque reflue presentano valori di BOD fino a 8.000 mg/L, incompatibili con i limiti di scarico previsti dall’Allegato 5 alla Parte III del D.Lgs. 152/2006 (BOD massimo 25 mg/L; COD massimo 125 mg/L) in assenza di idonei sistemi di depurazione — deve essere accompagnato da un impianto di fitodepurazione che consenta il riutilizzo irriguo delle acque trattate ai sensi del Regolamento (UE) 2020/741. Il modello si fonda inoltre sul principio della diversificazione degli sbocchi commerciali (Humphrey e Schmitz, 2002): le fibre più fini alimentano produzioni tessili ad elevato valore aggiunto; quelle di maggiore diametro trovano impiego nella bioedilizia, nei materiali isolanti e nelle imbottiture. Le acque di lavaggio producono lanolina, sottoprodotto cosmetico con valore di mercato tra 50 e 120 €/kg USP, che trasforma il processo di lavaggio da centro di costo a centro di profitto.

Infine, il funzionamento della filiera richiede una struttura di governance stabile capace di aggregare tutti gli attori della catena del valore in una struttura economica permanente, garantire la continuità degli investimenti in innovazione e presidiare il marchio di qualità (Barney, 1991; Teece, 2007).

 

6. La filiera come bene collettivo

Il modello a cinque nodi descritto nella sezione precedente non è concepito solo come un coordinamento di funzioni, ma come un sistema di regole e responsabilità distribuite. Questa distinzione è essenziale: i beni collettivi, in assenza di meccanismi di controllo condivisi, tendono a degenerare in comportamenti opportunistici — un attore che classifica la fibra in modo impreciso o certifica lotti non conformi danneggia l’intera reputazione del marchio collettivo, riducendo il valore per tutti gli altri partecipanti (Ostrom, 1990).

La ricostruzione della filiera laniera richiede di superare una visione tradizionale della produzione agricola per adottare una prospettiva sistemica fondata sulla cooperazione tra gli attori economici (Ostrom, 1990; Marshall, 1920). La lana rappresenta una risorsa il cui valore non può essere generato dal singolo allevatore, ma emerge esclusivamente attraverso l’integrazione di competenze, infrastrutture e servizi distribuiti lungo l’intera catena produttiva (Gereffi, 2018). In questa prospettiva, la filiera può essere interpretata come un bene collettivo territoriale (Ostrom, 1990): un insieme di risorse materiali e immateriali il cui valore aumenta al crescere della partecipazione e della cooperazione tra gli operatori. La presenza di un sistema organizzato di raccolta, di procedure condivise di classificazione della fibra, di standard qualitativi comuni e di strumenti di tracciabilità produce benefici che non ricadono esclusivamente sul soggetto che sostiene l’investimento, ma si estendono all’intero sistema produttivo (Porter, 1998).

Interpretare la filiera come bene collettivo significa riconoscere che i benefici della sua ricostruzione trascendono la sola dimensione economica. Una filiera organizzata contribuisce alla tutela del patrimonio zootecnico locale, sostiene il mantenimento delle attività pastorali nelle aree interne, favorisce la nascita di nuove iniziative imprenditoriali e rafforza i legami tra agricoltura, manifattura e artigianato (Ferrero-Regis e Mellick, 2024; The Woolmark Company, 2022). La competitività della filiera non è riconducibile alla somma delle prestazioni dei singoli operatori, ma rappresenta il risultato di un processo collettivo di coordinamento e di sviluppo territoriale (Marshall, 1920; Porter, 1998).

 

7. Economia circolare e innovazione

Il nodo N3 del modello — qualità e certificazione — trova oggi nel Passaporto Digitale del Prodotto (DPP) il suo strumento normativo di riferimento, rendendo la tracciabilità dalla fibra grezza al capo finito non più un valore aggiunto volontario ma un requisito cogente di accesso al mercato europeo entro il 2028 (Regolamento UE 2024/1781; Kamilaris et al., 2019). La lana è per definizione una fibra dell’economia circolare: la sua origine naturale, la biodegradabilità, la riciclabilità e la capacità di sostituire materiali sintetici derivati da fonti fossili la rendono pienamente coerente con le strategie europee orientate alla transizione ecologica e alla bioeconomia (European Commission, 2018; UNEP, 2021; Kirchherr et al., 2017). La valorizzazione della lana non implica soltanto il recupero di una materia prima oggi sottoutilizzata, ma richiede l’introduzione di innovazioni organizzative, tecnologiche e di processo lungo l’intera filiera (Geissdoerfer et al., 2017; Sardaro et al., 2025a).

Accanto agli impieghi tradizionali nel comparto tessile, la ricerca scientifica ha progressivamente ampliato il ventaglio delle applicazioni della lana, che oggi trova impiego nella produzione di pannelli isolanti per l’edilizia sostenibile, materiali fonoassorbenti, geotessili biodegradabili, substrati per il florovivaismo, fertilizzanti a lento rilascio e materiali compositi (Camilli et al., 2025; Szczecina et al., 2025; FAO, 2023). Questa pluralità di utilizzi consente di valorizzare anche le fibre che non possiedono caratteristiche idonee alla filatura tessile, contribuendo a ridurre gli scarti e ad aumentare l’efficienza complessiva della filiera.

 

8. Una governance collaborativa

La ricostruzione della filiera laniera pugliese non può essere affidata esclusivamente all’iniziativa dei singoli operatori economici, poiché le principali criticità che ne limitano lo sviluppo hanno natura sistemica (Grandori, 1997; Teece, 2007). La governance della filiera deve fondarsi su una logica reticolare piuttosto che gerarchica, coinvolgendo allevatori, imprese di trasformazione, laboratori artigianali, aziende operanti nella bioedilizia e nell’arredamento, organismi di certificazione, centri di ricerca, università, enti pubblici e associazioni di categoria. Ciascun soggetto svolge una funzione specifica all’interno della catena del valore, contribuendo non soltanto con risorse materiali, ma anche con conoscenze, competenze tecniche e capacità organizzative (Humphrey e Schmitz, 2002; De Marchi e Gereffi, 2023).

Le università e gli organismi di ricerca possono contribuire allo sviluppo di protocolli di classificazione della fibra, all’individuazione di nuove applicazioni industriali, alla valutazione delle prestazioni ambientali dei prodotti attraverso la LCA e all’introduzione di sistemi innovativi di tracciabilità e certificazione (Kamilaris et al., 2019). La governance collaborativa assume inoltre una funzione strategica nella costruzione di un’identità territoriale condivisa: la valorizzazione della lana pugliese può diventare un elemento distintivo capace di rafforzare il legame tra produzioni agricole, manifattura, artigianato e patrimonio culturale locale. Una governance efficace non si limita a coordinare le attività esistenti, ma crea le condizioni affinché nuovi rapporti di collaborazione favoriscano la nascita di iniziative imprenditoriali, l’apertura di nuovi mercati e la costruzione di un modello di sviluppo fondato sulla valorizzazione sostenibile delle risorse locali (Ostrom, 1990; Porter, 1998).

 

9. Conclusioni

L’analisi sviluppata in questo contributo consente di trarre alcune indicazioni operative. La Puglia dispone di una produzione annua di lana grezza compresa tra 1.340 e 2.010 tonnellate (ISTAT, 2024) che oggi genera esclusivamente costi per gli allevatori, ma che potrebbe generare ricavi tra 400.000 e 2.000.000 di euro annui anche solo con la valorizzazione nel segmento tecnico (Sardaro et al., 2024). Questa forbice quantifica il costo del fallimento di filiera — non un costo tecnologico o produttivo, ma organizzativo (Gereffi et al., 2005; Williamson, 1991). Ricercatori, allevatori, artigiani tessili e istituzioni dispongono oggi, per la prima volta, di un quadro normativo europeo (Sardaro et al., 2025a) e di strumenti di finanziamento pubblico — il bando SRG01 del CSR Puglia 2023–2027 — che rendono concretamente perseguibile la costruzione di questa filiera.

Ne emerge che il valore della lana non dipende esclusivamente dalle sue caratteristiche tecniche, ma dalla capacità del territorio di costruire relazioni stabili tra i diversi attori della catena produttiva (Ostrom, 1990; Porter, 1998) e di orientare la materia prima verso gli impieghi maggiormente coerenti con le sue caratteristiche qualitative. La costruzione di una governance collaborativa, supportata da innovazione organizzativa e tecnologica, rappresenta il presupposto essenziale affinché la lana possa tornare a costituire una risorsa strategica per lo sviluppo delle aree rurali pugliesi, pienamente allineata con i requisiti normativi europei in via di affermazione (Sardaro et al., 2025a) e con i principi dell’economia circolare (Kirchherr et al., 2017; European Commission, 2020).

 

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[1] Citazione consigliata: Sardaro, R., Paradies, P., Giavini, R., Rizzello, A.L., Picerno, A., La Sala, P. (2025). Dalla lana-rifiuto alla lana-risorsa: un modello di ricostruzione della filiera laniera pugliese nell’economia circolare. Versione degli autori (Preprint).